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I migranti del clima e la fuga dai maremoti. Verso la sostenibilità mangiando meno carne e usando meno cemento

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BANGLADESH – Gli effetti del cambiamento climatico sono devastanti: nelle isole del Pacifico e nell’Oceano Indiano i fenomeni atmosferici violenti si stanno affastellando, costringendo tante popolazioni a scappare. Si pensi ad alcune zone del Bangladesh, il paese che ospita uno dei più grandi delta fluviali del mondo formato dal Gange, dal Brahmaputra e dal Meghna. In questi anni sta succedendo che l’azione combinata della fusione accelerata dei ghiacciai himalayani a nord e l’innalzamento delle acque marine del Golfo del Bengala a sud, stringono il paese in una morsa liquida che erode il territorio. La popolazione è costretta a spostarsi perché letteralmente manca il terreno sotto i loro piedi: è il grande dramma delle migrazioni climatiche. Molte isole stanno finendo sott’acqua: impossibile non fare i conti con la realtà! Il riscaldamento globale sta provocando un esodo imprevisto. Nei fiumi entra il mare, che è una causa del riscaldamento globale, che produce scioglimento dei ghiacciai e aumento fuori dal controllo dell’acqua marina (che con il sale devasta l’agricoltura e i raccolti).

Dall’altra parte il surriscaldamento contribuisce alla desertificazione, che brucia territorio e in alcune zone produce tempeste di sabbia e avanzamento del deserto. Le conseguenze del surriscaldamento globale incidono anche sulla distribuzione delle piogge, che diminuiscono in luoghi dove ce n’è molto bisogno. Il cambiamento delle precipitazioni atmosferiche ha messo in ginocchio già l’agricoltura siriana. Molte colture diminuiscono le rese. Aumentano i nuovi patogeni che devastano i raccolti. È un’emergenza globale di dimensioni inimmaginabili quelle che continua a produrre migranti climatici, gente che scappa dalla propria terra perché devastata dai fenomeni atmosferici violenti. Questo fa sì che le campagne vengano abbandonate, con una serie di conseguenze drammatiche a catena.

CAMBIARE LE NOSTRE VITE E LA NOSTRA CITTÀ

Cosa possiamo fare nel nostro piccolo per combattere i cambiamenti climatici? Tantissimo. Dell’autonomia energetica ne abbiamo parlato abbondantemente, oggi ci concentriamo su due elementi. La rivoluzione può cominciare dalla nostra quotidianità, mangiando il 20% di carne in meno. Gli allevamenti intensivi producono emissioni che rappresentano circa il 15% delle emissioni annue di gas serra dovuti all’essere umano, ma secondo alcuni studi recenti si tratta di una stima al ribasso. L’impatto sull’ambiente è devastante, se calcoliamo anche le emissioni dovute alla produzione di mangimi, quindi anche quelle che dipendono dalla deforestazione dei terreni per le coltivazioni e il pascolo, dal trasporto degli animali, dalla gestione delle deiezioni: insomma tutte le attività che hanno a che fare con la produzione di proteine animali. Una quantità esorbitante di animali, pari a 100 volte l’attuale popolazione umana, ha bisogno di avere a disposizione esorbitanti quantitativi di mangimi, ma anche medicinali. In questo modo gli animali produrranno a loro volta molto letame e quindi ammoniaca e altri gas inquinanti. Un altra rivoluzione green potrebbe riguardare le nostre città. Il legno sottrae anidride carbonica, il cemento impermeabilizza pericolosamente il terreno. È necessario svoltare con un sistema che usi materiali che permettano alle piogge di essere assorbite dal terreno e che impediscano un eccessivo surriscaldamento delle nostre città. A piccoli passi si può fare anche questo.