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I “tetti verdi” per le città più sostenibili. L’osservatorio di Legambiente: “Solo 1 capoluogo su 3 adotta almeno l’80% dei Criteri Ambientali Minimi”

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Il cemento surriscalda le nostre metropoli: impermeabilizzare il suolo porta ai disastri ambientali che abbiamo conosciuto in questi anni. In attesa di una rivoluzione urbana che sostituisca questo materiale, si potrebbe procedere a rinaturalizzare tante zone urbane. Tutti possiamo contribuire a rendere le città più “green” adottando i criteri di edilizia sostenibile e puntando sui “tetti verdi”: a Tokyo sono obbligatori su ogni nuova costruzione. Il tetto verde è una copertura, che può essere piana o inclinata, ricoperta di vegetazione (piante sedum) che si adatta a queste condizioni senza richiedere troppa manutenzione. Sono diversi i vantaggi di questi interventi edilizi: innanzitutto una riduzione della temperatura interna in estate fino a 3 °C, grazie al “cappotto verde” di piante su tetti e pareti di edifici, che consente di abbattere quasi il 50% del flusso termico tramite l’ombreggiamento e la traspirazione di coltri vegetali disposte a protezione dalla radiazione solare.

La copertura vegetale, infatti, è un isolante termico naturale. Un toccasana nelle metropoli dove l’estate il cemento fa salire le temperature a livelli insostenibili. In grandi città come Roma superfici di tetti e pareti raggiungono i 50 °C nelle ore più calde, mentre le case con tetti e pareti coperti dalla vegetazione non superano i 30 °C, come dimostrato dagli studi del Centro Ricerche ENEA. Questo genera una riduzione dei consumi elettrici di circa 2 kWh/m². Dunque il tetto verde è un climatizzatore naturale che migliora la qualità dell’aria nelle città. La finalità è anche quella di ridurre la velocità di deflusso delle acque meteoriche dai punti di captazione edificati ed impermeabili ai recettori finali (fiumi e torrenti), in modo da ridurre i fenomeni erosivi. Contributi e sgravi fiscali aiutano a cambiare il volto delle nostre città.

L’OSSERVATORIO SULL’EDILIZIA VERDE IN ITALIA

Ieri, in occasione del Forum Compraverde  Buygreen” (giunto alla seconda e ultima delle due giornate organizzate a Palazzo WeGil, in largo Ascianghi a Roma), sono stati diffusi i numeri del Green Public Procurement 2022 in Italia: solo 1 capoluogo su 3 adotta almeno l’80% dei “Criteri Ambientali Minimi”. La buona notizia è che i numeri sono in crescita, secondo il rapporto stilato dall’Osservatorio Appalti Verdi, nato dalla collaborazione di Legambiente e Fondazione Ecosistemi, in partnership con Assosistema, Novamont, Università degli Studi di Padova, AdLaw Avvocati Amministrativisti e Federparchi. Il trend di applicazione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) negli appalti per l’acquisizione di beni e nei servizi da parte dei capoluoghi di provincia è in crescita: 1 su 3 quelli che dichiarano di adottare tra l’80 e il 100% dei parametri del Green Public Procurement, ossia 35 sugli 89 che hanno preso parte al monitoraggio civico. L’anno scorso, su dati riferiti al 2020, erano poco meno di uno su tre” – spiegano i responsabili del monitoraggio.  Nel complesso, sono 35 i Comuni che registrano un tasso di attuazione dei CAM superiore all’80%, 18 quelli che raggiungono il 100%, ovvero più del doppio rispetto allo scorso anno: Belluno, Bolzano, Brescia, Chieti, Cuneo, Ferrara, Forlì, Imperia, Latina, Mantova, Modena, Monza, Padova, Pavia, Pordenone, Rimini, Savona e Trento.

“Tenuto conto di tutti i fattori che concorrono a formare l’indicatore complessivo, il capoluogo più performante risulta Torino. Entrando nello specifico, il 98% delle amministrazioni coinvolte è a conoscenza del GPP, in crescita rispetto allo scorso anno. I criteri ambientali più applicati sono quelli relativi all’acquisto di stampanti, di carta in risme e sui servizi di pulizia, quelli meno applicati riguardano invece l’edilizia (il 37,8%, dato in peggioramento rispetto allo scorso anno), i prodotti tessili (il 37%), l’acquisto di calzature e accessori in pelle (il 34,7%). Tra le maggiori criticità che i capoluoghi riscontrano nell’applicazione dei Criteri Ambientali Minimi, al primo posto figurano la mancanza di formazione (46%), seguita dalle difficoltà nella stesura dei bandi (41%) e dalla mancanza di imprese (25%) dotate dei requisiti per la partecipazione a bandi che hanno integrato i CAM” – si legge nel comunicato di Legambiente.